Lo stato dell’arte della normativa in materia di educazione sessuale in Italia

In Italia non esiste una legge nazionale che preveda, attraverso un’azione concertata con le regioni, un’educazione sessuale fatta in classe che sia capillare, omogenea a livello territoriale e attenta alle varie identità e orientamenti sessuali di preadolescenti e adolescenti.

Dagli anni Novanta sono diversi i tentativi di produzione normativa che si sono avvicendati. Tutte proposte che sono purtroppo rimaste lettera morta, non si sono concretizzate in legge e hanno lasciato che il vuoto educativo si espandesse ancora di più. 
Tra questi tentativi si possono menzionare i più recenti:

1. Proposta di legge Costantino (SeL - 2013) → “Introduzione dell’insegnamento dell’educazione sentimentale nelle scuole del primo e del secondo ciclo dell’istruzione”1
2. Proposta di legge Chimienti (M5S - 2015) → “Istituzione di percorsi didattici e programmi di educazione alla parità di genere, all’affettività e alla sessualità consapevole nelle scuole secondarie di primo grado e nei primi due anni delle scuole secondarie di secondo grado, nonché integrazione dei corsi di studio universitari”2
3. All’interno della riforma “La Buona Scuola” (PD - L. 107/2015) al comma 16 si legge: “Il piano triennale dell’offerta formativa assicura l’attuazione dei principi di pari opportunità, promuovendo nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni”3
4. Proposta di legge Ascari (M5S - 2021) → “Delega al Governo per l’introduzione dell’insegnamento dell’educazione affettiva e sessuale nel primo e nel secondo ciclo di istruzione nonché nei corsi di studio universitari”4

Al momento, di queste proposte, la prima e la seconda sono ferme in Commissione dal 2016 e l’ultima è stata assegnata in Commissione Cultura ma mai discussa. Il comma 16 della L. 107 rappresenta l’unico contenuto normativo attualmente vigente, tuttavia, resta di carattere programmatico e meramente orientativo.

Ma perché dovrebbe essere così importante insegnare l’educazione sessuale nelle scuole? 

Stando a un documento riassuntivo dell’OMS5 del 2016, l’impatto di una buona educazione sessuale ha due tipi di risultati: gli “hard outcomes” – ovvero risultati quantificabili – e i “soft outcomes”, ovvero risultati non quantificabili, con ricaduta positiva sulla società (piacere sessuale e relazioni basate sul rispetto reciproco, autostima, abilità di negoziazione, decisione e assertività nel rapporto sessuale, etc.).  E se è vero che questi ultimi non sono misurabili, è altresì vero che i risultati quantificabili parlano chiaro: l’analisi di diversi Paesi europei dimostra che un’adeguata educazione sessuale ha impatti positivi sulla riduzione delle gravidanze e aborti nelle giovanissime; sulla diminuzione delle infezioni da HIV e di altre malattie a trasmissione sessuale tra i giovani tra 15 e 24 anni; sulla diminuzione di abusi sessuali ed episodi di violenza di genere e omofobia.

A livello europeo, peraltro, l’OMS ha fornito una serie di linee guida da adottare in tutti i paesi e anche l’Italia, sul sito del Ministero della Salute, si impegna a promuoverle e diffonderle. Il report dell’Ufficio Regionale per l’Europa dell’OMS (citato sui siti governativi italiani) intitolato “Standard per l’Educazione Sessuale in Europa6” sottolinea l’importanza dell’educazione sessuale sin dalla tenera età per una più profonda conoscenza della propria identità e una maggiore consapevolezza nella sfera affettiva ed emotiva. Inoltre, secondo lo studio, un’educazione di questo tipo, omnicomprensiva e senza tabù, rappresenterebbe la chiave per crescere adulti più sani e consapevoli dei rischi connessi alle malattie sessualmente trasmissibili e coscienti dei meccanismi che regolano la salute sessuale.

Negli altri paesi europei, al contrario, la storia dell’insegnamento dell’educazione sessuale ha oltre mezzo secolo. In Svezia, seppur con qualche iniziale difficoltà di integrazione nelle materie curricolari, l’educazione sessuale è materia obbligatoria già nel 1955. In Germania dal 1968; in Danimarca, Finlandia e Austria dal 1970 e in Francia dal 1998. Oggi, dunque, nella maggior parte degli Stati membri dell’Unione Europea è presente adottato una normativa a livello nazionale che disciplina l’obbligatorietà della materia nelle scuole, gli unici che fanno eccezione sono Bulgaria, Cipro, Lituania, Polonia, Romania e, evidentemente, Italia.

Il rapporto del 2013 “Educazione sessuale in Europa7” a cura della Direzione Generale per la politica interna del Parlamento Europeo, evidenzia che le difficoltà per l’Italia di adottare una normativa estensiva sul tema risiedono anche nell’opposizione della Chiesa cattolica e di alcuni gruppi politici. Parziale responsabilità è attribuibile al Concordato tra Stato e Chiesa del 1984, che stabilisce che il Ministero della Pubblica Istruzione deve considerare le opinioni della Chiesa nell’emettere circolari o adottare riforme che vadano in contrasto con l’insegnamento della religione a scuola. Per questo motivo, nel 1991, un disegno di legge, che mirava a introdurre l’educazione sessuale come materia non obbligatoria e che ne avrebbe consentito l’incorporazione nelle lezioni di biologia, non è mai stato convertito.

A ciascun preside resta, dunque, la responsabilità della programmazione scolastica relativa all’educazione sessuale. Pertanto, se alcune scuole stanno fornendo un programma minimo, agli alunni di età compresa tra 14 e 19 anni, che consiste in un’unica lezione annuale uguale per tutte le fasce d'età; altre scuole, invece, propongono programmi più ampi. I contenuti dell'insegnamento, in ogni caso, si basano esclusivamente su nozioni di biologia e, pertanto, vengono insegnati da docenti di scienze nell’ambito delle loro lezioni curriculari in maniera formale e scarsamente articolata, in assenza di figure competenti che possano mettersi in ascolto delle eventuali curiosità, problematiche o dubbi degli studenti e delle studentesse.

I centri privati di pianificazione familiare, i consultori pubblici e privati e diverse associazioni sono coinvolti nel proporre e fornire attività di educazione e informazione sul tema, ma è totalmente lacunoso, quando non assente, un approccio sistemico e formalizzato.

Bisogna prendere atto, in conclusione, che, nonostante i ripetuti sforzi degli ultimi trent’anni e le numerose proposte e tentativi di compromesso, allo stato attuale non esiste alcun tipo di normativa che possa considerarsi esaustiva ed esauriente per l’intera materia.